“Il vero Guerriero è colui che si allena per esser sempre pronto al combattimento nella consapevolezza di dover sempre perseguire l’obiettivo di evitare in ogni modo di combattere”
(Scuola HU JIN)
Combattere non ha niente a che fare con la guerra: la genesi della guerra è la scelta della morte, la genesi del combattere è la scelta sublime della ferrea volontà di percorrere imperiosamente un percorso di vita.
Lottare è un’attività umana talmente istintiva da dover essere considerata assolutamente coeva nell’essenza della natura umana.
Le Arti Marziali hanno poi nel tempo razionalizzato, perfezionato e codificato le istintualità gestuali tipiche della natura umana in lotta.
Fino a qualche secolo fa, l’essere o meno padroni delle arti del corpo significava veramente riuscire o meno a sopravvivere.
L’avvento delle armi da fuoco ha poi annullato in gran parte il vantaggio della fisicità (chiaramente nella accezione più ampia del termine), almeno fino al momento in cui l’uso delle armi non era affatto regolamentato e chiunque poteva portarne una sempre dietro con se.
Nella società moderna, la cornice situazionale è nuovamente mutata essenzialmente per due motivi: da un lato, la possibilità di uso ed il libero porto delle armi è ormai limitato e regolamentato dappertutto in modo più o meno efficace, dall’altro il tasso di criminalità e, soprattutto, di microcriminalità è ormai in costante e dirompente aumento. La capacità di combattere è, purtroppo, di nuovo tornata ad essere una qualità importante nella gamma di quei “prerequisiti funzionali umani” necessari nell’affrontare la quotidianità.
In effetti, palestre dove viene insegnato un qualsiasi sistema di combattimento riempiono ormai le strade delle nostre città: chiunque può apprendere tecniche di combattimento più o meno efficaci, ma l’applicazione di queste tecniche è quasi esclusivamente affidata alla responsabilità soggettiva del praticante, poiché quasi mai l’insegnamento dei sistemi di combattimento viene affiancato di pari passo con l’insegnamento di un codice etico che dovrebbe esser sempre e comunque tenuto come prezioso punto di riferimento.
Oggi ormai si tende a fare molta confusione tra Arte Marziale, sport da combattimento e sistemi di difesa personale.
I sistemi di difesa personale sono metodi di allenamento che traggono spunto da applicazioni degli schemi tecnico-motori delle varie Arti Marziali che vengono adattate ad una praticità immediata in modo tale da essere il più possibile alla portata di ogni persona in ogni situazione.
Tendenzialmente costituiscono una scorciatoia più o meno efficace e fruibile da tutti, in tempi abbastanza veloci, per l’apprendimento “dell’A-B-C” delle gestualità e delle tecniche mirate alla meccanizzazione delle risposte minimali necessarie in caso di aggressione.
A lungo termine, questi sistemi risultano generalmente portare verso un vicolo cieco, mancando sia di quella sistematicità e di quella complessità di costruzione di tecniche propria delle Arti Marziali sia di una preparazione fisica costante e regolare tipica delle Arti Marziali e degli sport da combattimento.
Gli sport da combattimento, mirando alla finalità agonistica, sono indirizzati alla vittoria su un ring o su un tatami, e sono soggetti quindi ad una precisa regolamentazione che li ha resi privi delle tecniche marziali più cruente (colpi e prese ai genitali e alla gola, dita negli occhi, testate, leve articolari estreme finalizzate alla rottura dell’arto, strangolamenti, leve di controllo a terra, ecc) che sono caratteristica fondamentale, ad esempio, proprio del Kung Fu tradizionale e che risultano essere spesso le tecniche più decisive ed efficaci nel caso di un vero combattimento di strada.
Al di là della validità dei metodi didattici e degli insegnanti a cui la divulgazione di detti metodi sono affidati, sia i sistemi di difesa personale che gli sport da combattimento sono comunque molto utili nel combattimento reale, perché implementano in ogni caso nel praticante degli input di notevole qualità, input quali la pratica dell’esercizio fisico regolare mirato, l’allenamento specifico sulle tecniche di combattimento, l’educazione dei riflessi, la familiarità con le varie distanze di combattimento, i vari modi d’uso delle proprie potenzialità corporea in rapporto a diverse situazioni di combattimento.
L’allenamento passivo al combattimento reale è un’altra funzione allenante molto importante: l’abitudine al contatto fisico più o meno violento, l’abitudine all’uso della propria forza contro la forza dispiegata da un avversario, il ricevere o dare colpi di diversa forza e diverso tipo, il cadere o abituarsi ad esser trascinato a terra da un avversario, sono tutti fattori estremamente utili in chiave di combattimento reale.
Le Arti Marziali in generale ed il Kung Fu tradizionale in particolare comprendono, in modalità e tempistiche sicuramente diverse, tutto quanto descritto sopra, con un “qualcosa in più”: questo qualcosa è il costante riferimento al Wu De, al codice etico che dovrebbe essere sempre parte integrante di un percorso didattico finalizzato all’apprendimento di tecniche marziali che, se “cucite addosso” a persone non eticamente equilibrate, rischiano di far sì che la medicina, per così dire, si trasformi in veleno, rischiando di “riempire” le strade di soggetti pericolosi e per di più tecnicamente preparati.
Rimandiamo a quanto precedentemente detto per le spiegazioni più approfondite sul Wu De; ribadiamo però ancora una volta il concetto assolutamente più importante che deve sempre e per sempre essere tenuto di riferimento in ogni atteggiamento del praticante e in ogni discorso che faremo qui di seguito.
Questo concetto, che non a caso rappresenta il sottotitolo del presente paragrafo, è quello di ricordarsi attimo dopo attimo, in ogni circostanza della vita che “il vero Guerriero è colui che si allena per esser sempre pronto al combattimento nella consapevolezza di dover sempre perseguire l’obiettivo di evitare in ogni modo di combattere”: a costo di poter sembrare dei deboli agli occhi di una società che vede come riconoscimento primario la dominanza dell’altro, bisogna agire sempre con lo stato d’animo di chi possiede la piena consapevolezza che esiste in ogni situazione, come già detto (e come non ci stancheremo mai di dire!), sempre un modo per evitare uno scontro.
E questo significa essere in piena ottemperanza con il concetto taoista del “wu-wei”, l’azione senza azione….
Ma in termini pratici, qual’è, allora, l’approccio alla preparazione al COMBATTIMENTO REALE da parte di Sifu Franco Nocchi?
Il combattimento deve essere uno strumento di lavoro e MAI il fine ultimo di una pratica rispettosa dell’ethos trasmesso dagli antichi Maestri… chi si aspetta, sia nella pratica del Metodo Hu Jin che nella pratica del Kung Fu della Scuola Hu Jin, di imparare a difendersi e/o a combattere in tempi brevi non può che rimanere sicuramente deluso.
Il primo obiettivo di Sifu Franco Nocchi è la costruzione della corretta percezione della propria “corporeità funzionale” e della “ristrutturazione” dei corretti meccanismi neuromotori dei praticanti.
Attraverso lo studio delle tecniche e delle forme attraverso anche l’interiorizzazione delle applicazioni ad esse soggiacenti, il praticante ha comunque l’obbiettivo di “centratura” del proprio rapporto Mente/Corpo come priorità assoluta rispetto alla reale applicabilità delle tecniche stesse: questa è una fase che, in termini di tempo, può durare anche 4-5 anni.
Solo ad un certo punto del percorso, si inizia a combattere realmente e, a quel punto… è vero combattimento! L’assenza di regole è a questo punto l’unica regola vigente, in quanto il fine ultimo di questa preparazione è veramente la lotta totale in condizioni (emotive, logistiche, stressanti, di fatica, ecc) reali.
Il percorso didattico del Metodo Hu Jin, nel rispetto accademico di una Scuola di Kung Fu tradizionale che vuol portare i praticanti all’obiettivo “lotta totale”, rispetta e percorre la seguente gradualità:
Questo schema, come tutti gli schemi, è chiaramente assai riduttivo e troppo rigido e non rende giustizia al fatto che i vari livelli, nel percorso di apprendimento, in realtà si sovrappongono e si mischiano, al fatto che lo studio delle tecniche e delle forme tradizionali non si ferma al primo livello ma è una costante che accompagna l’allenamento del praticante con difficoltà sempre crescente, al fatto che ogni livello è intriso costantemente del Wu De, dei canoni dell’eticità marziale che devono accompagnare il praticante in ogni gesto dentro e fuori del Kwoon.
Per arrivare dal punto 1) al punto 8) (dal “saper fare” teorico al “saper fare” pratico, quindi!!) trascorre un periodo che varia, come già detto, a seconda dell’individuo, da 2 a 5 anni di pratica costante umile ed attenta, anni in cui il praticante dovrà dar prova, oltre che della propria maturazione tecnica, anche dell’acquisizione degli altri fattori (morali e/o comportamentali) sopraccitati; teoricamente, il punto 8 e, soprattutto, il punto 9 potrebbe non arrivare mai, anche dopo anni ed anni di pratica, qualora l’individuo non si dimostrasse “all’altezza”.
Ma quando invece Sifu Franco Nocchi permette ad un praticante della Scuola Hu Jin di accedere a questo livello della pratica, si sente sicuro del fatto che quel praticante forse diventerà anche un buon Guerriero, ma sicuramente è già diventato una Persona umile e centrata, una Persona che non farà mai sfoggio inutilmente delle proprie abilità marziali e che soprattutto non si farà MAI trascinare in sfide e/o combattimenti che abbiano il solo, egoide e solipsistico fine di vedere “chi è il più bravo”: le sfide inutili sono portate solamente dalle persone insicure e che sono sicuramente ben lontane dal percorrere il Sentiero degli Antichi Maestri.